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| Newsletter XVI, anno VI, dalla redazione
di ETFplus.net |
Edizione del 22 Giugno 2010 |
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| ° ETF_Italia: due nuovi Etf di Deutsche Bank al debutto nell'Etfplus. |
| Deutsche Bank è considerato uno degli emittenti europei più innovativi nel settore degli Etf, e ne dà prova ulteriore, mercoledì prossimo, 23 giugno, con il lancio di due nuovi db x-trackers nel mercato Etfplus di Borsa Italiana.
Il db x-trackers II Euro Inflation Swap 5 Year Total Return Index Etf (Isin: LU0426245436) è un prodotto unico nel suo genere, perché offre un'esposizione all'inflazione attesa a 5 anni senza esporre l'investitore al rischio di duration. Ha un costo totale (Ter) annuo dello 0,20% e capitalizza i proventi. Mira a replicare l’andamento del Deutsche Bank Euro Inflation Swap 5 Year Total Return Index, un benchmark disegnato per misurare il rendimento derivante da un investimento del nozionale in una posizione “lunga” in una serie di inflation swap con durata cinque anni e nell'indice Deutsche Bank Eonia Total Return.
Gli inflation swap sono dei contratti Otc (over-the-counter) in cui un tasso fisso, calcolato quale differenziale tra l’interesse pagato dai titoli di Stato (a 5 anni, in questo specifico caso) e quello dei titoli governativi legati all’inflazione di pari durata, viene scambiato con il tasso d’incremento/decremento che l’indice d’inflazione Eurostat Eurozone Hicp – All Items Ex-Tobacco registra durante la vita del contratto stesso. Di mese in mese, il mark to market dello swap è portato a zero, e il nozionale che presumibilmente si sarà discostato dal suo valore iniziale fissato a 100 (sarà aumentato se le aspettative sul rialzo dell’inflazione si saranno rivelate corrette, altrimenti in caso di un ribasso della pressione inflazionistica tale ammontare sarà diminuito), sarà investito in Eonia.
Il db x-trackers II Eur Liquid Corporate 100 Total Return Index Etf (Isin: LU0478205379) ha un Ter annuo dello 0,20% e prevede il reinvestimento dei dividendi. Mira a replicare le performance dell’iBoxx Eur Liquid Corporate 100 Index, un benchmark che riflette il rendimento di un massimo di 100 obbligazioni societarie denominate in euro, a tasso fisso e di rating minimo pari all'investment grade (BBB-, per S&P's e Fitch) tenendo conto dei costi di ribilanciamento del sottostante. Tutti i bond che lo compongono devono avere un ammontare minimo in circolazione di 750 milioni di euro e una durata residua minima di 2 anni, a partire dalla data di revisione dell’indice, o di almeno 3 anni se selezionati per il nuovo ingresso nel benchmark. Non sono ammesse più di due obbligazioni per singolo emittente; i costituenti sono ponderati per l’ammontare delle loro emissioni. Il ribilanciamento dell’indice avviene due volte l’anno, alla fine dei mesi di aprile e ottobre.
Al 6 maggio 2010, il 50,4% delle obbligazioni erano di origine finanziaria, il 10,5% di società di servizi pubblici, il 9,7% del comparto sanitario e il 9% di quello delle telecomunicazioni; settori minori erano i beni per il consumatore (6,9%), il petrolio e gas (5,5%), gli industriali (3,6%), le materie di base (2,5%) e i servizi al consumatore (1,8%).
Il livello di credito delle emissioni corporate era così distribuito: 51,3% A, 34% AA, 10,1% BBB e 4,7% AAA.
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Comunicato del nostro Sponsor: Deutsche Bank |
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| ° ETF_Europa: aumenta l'offerta di Etf nella Borsa di Parigi. |
Amundi Investment Solutions, martedì 15 giugno, ha ampliato la propria piattaforma di Etf con il lancio di tre nuovi fondi armonizzati Ucits III correlati alle principali azioni del mercato italiano e statunitense, che prevedono l’euro come unica valuta di quotazione, la distribuzione annuale di un dividendo e un costo totale (Ter) annuo al di sotto della media dei competitor.
L’Amundi Etf Ftse Mib (Isin: Fr0010892208) offre l’esposizione alle 40 maggiori e più liquide azioni quotate in Borsa Italiana, pari a circa l'80% della capitalizzazione di mercato interna, con un Ter annuo di appena 18 punti base, praticamente la metà di quanto richiesto dal Lyxor Etf Ftse Mib e dall’iShares Ftse Mib e il 40% in meno dei fondi-indice di Credit Suisse e Deutsche Bank sul medesimo benchmark. Il Ter è anche sensibilmente inferiore ai 25 punti base richiesti per l’altro fondo del gestore francese correlato al mercato italiano, l’Amundi Etf Msci Italy, e già quotato nell’Etfplus, che mira a rappresentare l’85% circa della capitalizzazione del mercato domestico. Il Ftse Mib è caratterizzato da un’elevata concentrazione di titoli finanziari, che attualmente rappresentano una quota del 40,8%, del petrolio e gas (18,1%) e dei servizi di pubblica utilità (16,2%). Altri settori economici sono quelli dei beni per il consumatore (5,8%), degli industriali (4,3%), delle telecomunicazioni (4,3%), dei materiali di base (3,2%), dei servizi al consumatore (2,2%) e della tecnologia (2%).
L’Amundi Etf Nasdaq 100 (Isin: Fr0010892216) ha un Ter dello 0,23% annuo, di poco (3 punti base) superiore solo al PowerShares Eqqq Fund (scambiato anche nell’Etfplus), tra tutti gli Etf armonizzati europei correlati alle 100 principali azioni statunitensi non appartenenti al settore finanziario e quotate nel Nasdaq Stock Market. La definizione di indice tecnologico, infatti, non è appropriata, per quanto questo sia il settore economico preponderante, con un peso del 59,6%. Altri settori importanti sono quelli della: sanità (13%), retail (7,6%), beni e servizi industriali (6,1%), media (4,8%), viaggi e piacere (3,2%) e telecomunicazioni (2,1%).
L’Amundi Etf S&P 500 (Isin: Fr0010892224) è l’ultimo di una lunga serie di fondi indicizzati alle 500 più note blue chip degli Stati Uniti ad essere stato quotato in Europa, da quando, il 17 maggio scorso, è scaduta la licenza d’uso esclusiva sull’indice appannaggio di iShares. Il Ter dello 0,15% annuo è assieme a quello dell’Hsbc Etf S&P 500 il più basso in assoluto in Europa. I primi cinque settori economici dell’S&P 500 sono: tecnologia (18,9%), finanza (16,5%), sanità (12,1%), beni di consumo primari (11,3%) ed energia (10,9%).
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| ° Focus_Cina: la riforma del regime di cambio del renminbi. |
L’annuncio effettuato dalla Cina lo scorso fine settimana in merito alla decisione della «People’s Bank of China di procedere con la riforma del regime di cambio dell’Rmb (renminbi, ovvero lo yuan, ndr) migliorandone la flessibilità» è stato seguito oggi (lunedì) da un apprezzamento dell’Rmb dello 0,4% rispetto all’Usd, con tasso di cambio Cny/Usd in calo da 6,8260 a 6,7970. Ciò equivale ad un ritorno all’accordo in essere nel periodo 2006-2008, quando la Banca Centrale fissava giornalmente il tasso medio consentendone una fluttuazione solo all’interno della fascia +/-0,5%. L’unica differenza è che questa volta non vi è un apprezzamento graduale.
L’annuncio e la sua tempistica rispecchiano due gruppi di forze, di carattere economico e politico.
Sul fronte economico, la Cina è riuscita decisamente a rimettere in moto la crescita economica interna dopo la crisi globale: il Pil reale è cresciuto all’11,9% annuo fino a marzo e la domanda interna è ancora più robusta. Inoltre, le esportazioni hanno messo a segno un’impennata dopo il vuoto registrato nel commercio globale nel periodo 2008-2009.
A maggio, le esportazioni sono quasi ritornate ai livelli pre-crisi toccando quota 131 miliardi di dollari, rispetto ad un picco precedente la crisi di 136 miliardi di dollari. Al contempo, la bilancia commerciale, sprofondata bruscamente da un surplus mensile di 40 miliardi di dollari ad un piccolo deficit a marzo 2010, mostra ora chiari segnali di ripresa.
Sul fronte politico, la decisione delle autorità cinesi di ritornare ad un sistema di fluttuazione controllata (managed peg) o di “piccoli passi” (crawling peg) avviene alla vigilia del G20 di Toronto, in occasione del quale l’argomento del riequilibrio globale sarà quasi in cima all’ordine del giorno.
Alla luce delle minacce dei membri del Congresso e Senato Usa di imporre sanzioni commerciali alla Cina, il tempismo di questo annuncio è “politicamente perfetto” e dovrebbe perlomeno stroncare le critiche mosse alle manovre cinesi per la durata del summit, anche se i movimenti iniziali della valuta sono minimi; difatti, il contributo cinese al riequilibrio è già stato sostanziale, con una crescita della domanda interna che ha superato la crescita del Pil reale, anche se vi sono segnali contrari al perdurare di tale situazione. Questa mossa dovrebbe pertanto essere intesa quale parte di una serie di politiche concepite per consolidare la domanda interna senza fornire una risposta completa alla questione degli squilibri globali.
Nell’ottica degli investimenti, l’annuncio cinese ha immediatamente comportato forti movimenti al rialzo degli asset di rischio, quali le azioni e le valute di tutta l’Asia, segnalando da un lato la probabile revoca delle minacce protezionistiche per un periodo, ma dall’altro anche il riconoscimento da parte delle autorità cinesi del fatto che la crescita della domanda interna è essenziale per quella equilibrata futura. Inoltre, ciò implica non solo che le azioni nazionali cinesi e le società asiatiche che esportano verso la Cina dovrebbero riuscire a migliorare le loro vendite e i loro margini, ma anche che le valute asiatiche dovrebbero essere in grado di apprezzarsi moderatamente rispetto alla valuta cinese senza perdere competitività.
Con queste premesse, dovremmo porre l’accento sul fatto che lo spostamento del Cny da un tasso stabilizzato rispetto all’Usd ad uno controllato strisciante non è una panacea. Gli squilibri rimarranno ancora, la Cina continuerà a essere esposta al rischio d’inflazione e le società cinesi non potranno sottrarsi completamente alla minaccia di sanzioni. Inoltre, i movimenti della valuta non saranno a senso unico; non dovremmo attendere un apprezzamento superiore al 5-6% p.a. sulla base del track record storico della Cina. Il gradualismo sarà il motto dei policy maker cinesi. (di John Greenwood, Chief Economist di Invesco) |
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